Credo sia necessario interrogarsi su un tema di cui nell’ultimo periodo (che dura da un bel po’ ormai…) si è abusato, fino a svuotare di significato la parola e il concetto: il territorio.

Luogo ormai indefinito cui si fa richiamo solo quando, per non saper né leggere né scrivere, si cerca di trovare una via d’uscita alla crisi della Sinistra. “Bisogna riprendere il legame col territorio” (frase disponibile anche nelle versioni “tornare ad ascoltare i territori”, “mantenere il radicamento nei territori”, “ripartire dai territori”). Ma che vuol dire? E soprattutto, ora che il Partito a forza di alleggerirsi semplicemente non esiste più a livello territoriale, che cosa possiamo fare?

Insomma, preso per buono l’assioma che la Sinistra sia all’anno zero e ammesso che lo sia a tutti i livelli, potremmo chiedersi per esempio, qual è il tratto comune di questa crisi ai vari livelli? Se ne potrebbero individuare qualche centinaia, tutti veri purtroppo, ma se proprio fossi costretto a dirne uno, allora semplicemente sintetizzerei che abbiamo smesso di aggregare le energie migliori della società. Quindi delle comunità locali.

Chi si definiva di sinistra aveva la convinzione o almeno l’idea di essere per certi versi migliore degli altri e soprattutto di trovarsi insieme alle persone migliori. Questa presunzione, assunta a piccole dosi, ritengo fosse anche positiva e fonte di vitalità. Derivava dal fatto anzitutto di riuscire a definirsi: sono di sinistra!

Valeva, e a mio avviso vale, il detto che se una cosa non è né di destra né di sinistra, allora vuol dire che è di destra. Perché la sinistra riuscivi a definirla e non ti vergognavi a dichiarartene. Non erano solo coloro che gridavano al cambiamento, erano coloro che ritenevano che i processi di cambiamento dovessero essere guidati e governati, al servizio di un’idea di giustizia sociale. Allora era Sinistra. E le persone migliori stavano a Sinistra. Punto.

Oggi è un po’ cambiato. E se a livello nazionale ne abbiamo la percezione, sui territori se ne ha la certezza. Il vuoto politico è stato nostro malgrado riempito, i concetti si sono svuotati, il campo si è frammentato. Le comunità locali sono costrette a vivere il dualismo fasullo tra politica e civismo, che oggi appaiono e vengono vissuti come due concetti contrapposti. Mi organizzo in un partito o in una lista civica? La Sinistra ha sempre vissuto sui territori creando un campo largo, aperto e inclusivo che richiamasse le realtà sociali e associative. Oggi con la frammentazione e (in alcuni casi) la sparizione della Sinistra, assistiamo ad uno stallo che scaturisce anzitutto dall’imbarazzo (sì lo chiamerei imbarazzo) delle comunità che si organizzano ancora ma non hanno un contesto politico in cui farlo. E questo ne sta decretando la loro fine.

Perché “sinistra” sui territori significava un mondo intero.

Associazioni, Circoli, Casa del Popolo, Società Sportive perdono i riferimenti quando la Sinistra sul territorio viene meno. Nei Consigli direttivi, soci e volontari siedono accanto, ma non votano lo stesso Partito, e questo crea disagio. Badate bene, ad una prima lettura potrebbe apparire nostalgia di un pensiero unico, ma non è così, dal momento che poi si assiste ad un automatico venir meno della capacità progettuale e della necessità di tenere insieme il quadro politico/amministrativo. Sui territori quindi si è assistito al fiorire di liste civiche che altro non facevano che cercare di rispondere al costante allontanamento dei cittadini dai contenitori tradizionali della politica. In merito ai contenuti poi questo ha significato il preoccupante e progressivo restringimento dell’obiettivo: la nascita di quelle che potremmo chiamare “le politiche da marciapiede”, tese e rivolte alla misera risoluzione del problema condominiale (che pur è importante ci mancherebbe!) ma che non potrà mai essere davvero esaustiva se non inserita in un contesto più ampio. Questo era compito della politica e la Sinistra ne faceva il suo marchio di fabbrica.

Oggi potremmo sintetizzare questo fenomeno con  l’azzeramento e l’interruzione di qualsiasi forma di dialogo coi corpi intermedi, ma il processo è iniziato molto prima che questo gruppo dirigente distruggesse ciò che era rimasto della Sinistra. Il processo era già in atto.

 

La mia analisi potrebbe risentire del mio osservatorio politico privilegiato: Fiesole, un Comune alle porte di Firenze, terra di Toscana, Italia Centrale. Ma proprio il fatto di arrivare da qui, forse significa che la crisi è reale e l’anno zero è arrivato.

 

Molti nostri territori, anche Fiesole, hanno conosciuto negli anni sessanta e settanta una periodo di grande sviluppo: altri tempi, altre possibilità, Comuni che ancora avevano autonomia di spesa e di decisione. Bene, tutto vero, ma se non ci fosse stata la capacità di un’intera generazione di amministratori comunque non sarebbe stato possibile.

Mi piace ricordare un caso, che personalmente ha significato molto. Da giovane segretario della Sezione del neonato PD, andai a incontrare Fiorenzo Miniati.

Fiorenzo di professione faceva il ciabattino. Era stato assessore col Sindaco Adriano Latini, in una giunta che riusciva ad esprimere le energie migliori della comunità, ancora oggi gli amministratori più amati che abbiamo avuto. La politica di quegli anni si contraddistinse per temi, quali l’ambiente, la solidarietà, l’assistenza, la cultura. Temi di sinistra, potremmo dire.

Sul lato ambientale, lui ciabattino, si permise di stralciare il piano urbanistico proposto dai tecnici e che avrebbe previsto una Fiesole in espansione selvaggia a discapito delle nostre amate colline. Per quanto riguarda la cultura (loro che sapevano solo leggere e scrivere) si inventarono L’Estate Fiesolana, rassegna estiva che si svolge nel Teatro Romano e che ancora oggi è il più antico festival all’aperto d’Italia. Solo per fare degli esempi.

Nessuno di loro partecipò mai a convegni sulla sinistra, forse alcuni neppure sapevano cosa fosse o come definirla la sinistra. Semplicemente la attuarono.

 

Bussai alla sua porta per concordare una data in cui la banda (lui suonava per passione nella Filarmonica di Fiesole) sarebbe venuta alla Festa de l’Unità. L’incontrò duro pochi minuti.

“Prego” mi disse “era un pezzo che un segretario di partito non bussava alla porta”.

“Partito Democratico, giusto?” aggiunse “sai, io mi sono fermato un po’ prima…”.

Concordammo la data. Sulla porta prima di salutarmi mi dette una fotografia che ritraeva la banda il 25 aprile 1945 per le strade di Fiesole. “Appendila in sezione, se ti va”.

Poi mi chiese “ma voi siete un grande partito?”. Balbettai, lui riprese la parola “sai perché noi eravamo un grande partito?”.

“No” dissi.

“Perché prendemmo il migliore di noi, un operaio della Pignone, e lo portammo a fare il Presidente della Regione Toscana” (alludeva a Gianfranco Bartolini).

In quella risposta c’era tutto: formazione, coscienza, identità, politica. Resta ancora oggi un esempio, una delle migliori storie che conosco, una delle più importanti descrizioni della sinistra e delle idee che rappresenta che abbia mai ascoltato.

 

Questo credo serva alla Sinistra oggi, per andare verso l’anno uno: preparazione sui libri, ma anche scarpe comode per girarli davvero i territori, e ritrovare quelle piccole grandi storie che hanno reso migliori le comunità e la società in cui viviamo.