Quando si perde bisogna riuscire a guardare con amicizia al Paese. Per capire i fenomeni profondi del terremoto elettorale. I nostri avversari hanno saputo utilizzarli a loro favore. Noi li abbiamo sentiti ostili e siamo stati sconfitti. Raniero La Valle si domanda se quei fenomeni possano ottenere un’inedita risposta di sinistra. Oggi bisogna leggere i novantenni per scorgere il futuro. Poco fa abbiamo ascoltato anche il lucido discorso di Emanuele Macaluso.

Nel voto si è fatto sentire un grido antioligarchico: la politica è di tutti. È ritenuto un populismo da chi comanda, ma è avvertito come un principio democratico da chi non ha né poteri né diritti, soprattutto i giovani in cerca di lavoro. Si è espressa una buona partecipazione elettorale e nel Mezzogiorno per la prima volta il voto si è liberato dall’oppressione dei notabili di destra e di sinistra.

È cambiata l’agenda di governo. Sono scomparsi i temi che hanno tenuto banco nei decenni passati: le riforme istituzionali, la retorica del “ce lo chiede l’Europa”, l’eterna illusione di creare lavoro impoverendo i diritti. Sono emersi i problemi più sentiti dai ceti popolari: le povertà e i privilegi, i giovani che se ne vanno e i migranti che vengono, ciò che chiede e ciò che offre lo Stato.

È stata rifiutata la classe politica dell’ultimo decennio: Berlusconi e Monti, i cui elettori hanno votato per i 5Stelle, ma anche i nuovi dirigenti del PD e la vecchia generazione postcomunista. Non si può dire che mancassero le ragioni: è stato un decennio di stagnazione politica, che ha bruciato tante illusioni, senza preparare progetti credibili per l’avvenire.

Nuove domande, quindi, hanno mobilitato gli elettori: la politica di tutti, le riforme popolari, la credibilità della classe politica. Almeno in teoria, erano esigenze coerenti con il compito, starei per dire con l’ideologia, di un partito autenticamente democratico.

Si è celebrato il decennale della fondazione del PD, ma la nostalgia e la retorica hanno impedito un serio bilancio. Purtroppo sono fallite ben tre versioni del progetto – dalla vocazione maggioritaria, alla ditta, alla rottamazione – e le domande di cambiamento si sono rivolte verso altri protagonisti. Il sistema è diventato tripolare perché il bipolarismo non ha offerto un’alternativa, perché la sinistra non ha sconfitto elettoralmente Berlusconi quando era possibile dopo il referendum dell’acqua. Il gruppo dirigente postcomunista perse la sua ultima occasione e si rifugiò nelle larghe intese. Renzi le ha proseguite con maggiore vigore ma seguendo la stessa agenda di governo degli anni novanta. Dietro la patina di innovatore è stato il più autentico conservatore del vecchio sistema politico, e infatti ha ottenuto il voto degli anziani ma non quello dei giovani.

Bisogna estrarre il PD dalle macerie delle sue sconfitte, se siamo ancora in tempo, se può ancora uscirne vivo. Il progetto originario del PD è invecchiato prima di essere attuato perché era stato pensato in un mondo che non esiste più. Per un curioso appuntamento storico la fondazione del partito coincise con l’inizio della grande crisi mondiale. Non è il solito ciclo economico, è una grande trasformazione del mondo.

Il capitalismo ha esaurito le passioni rivoluzionarie degli anni ottanta, è entrato nel suo Termidoro e ha bisogno di governo dall’alto, addirittura funziona meglio nei regimi autoritari. La potenza della rete coinvolge miliardi di persone, ma crea anche le occasioni per nuovi monopoli perfino cognitivi. Si riapre nell’immateriale l’antico conflitto tra la piazza dei cittadini e il castello dei potenti. Oggi più di ieri sarebbe necessario un partito che si chiama democratico.

Tutti i capi di governo godono di maggiori poteri ma nessuno governa il mondo. Gli anglosassoni che avevano aperto la globalizzazione negli anni ottanta ora vorrebbero chiuderla con la Brexit e i dazi, e i cinesi hanno la guida più risoluta degli scambi mondiali. Tutte le tensioni geopolitiche precipitano nel Mediterraneo: le migrazioni, il confronto tra le religioni monoteistiche, pace e guerra, la riconversione energetica, lo sviluppo dell’Africa. L’Europa a guida tedesca ha voltato le spalle all’antico mare condannandosi così all’irrilevanza politica. Chi se non il partito democratico italiano dovrebbe prendere la bandiera della politica euromediterranea?

Si discute se il lavoro scompaia con l’automazione, ma certo si polarizza tra le attività creative e quelle di bassa qualità, accomunate solo dalla precarietà. La divaricazione crea nuove disuguaglianze tra le persone e diversi tassi di crescita tra le economie nazionali, la nostra ne soffre di più per la mancanza di una politica della ricerca. Le tecnologie sostituiscono i lavori tradizionali e vengono meno quelle figure operaie e impiegatizie che stabilizzavano i vecchi sistemi democratici. Dalla frammentazione sociale viene la radicalizzazione della politica contemporanea. È ancora più necessario, allora, un partito democratico che rafforzi le basi sociali della democrazia.

Se non ci fosse già, il PD bisognerebbe inventarlo. Certo, come è adesso serve a poco, ma è il nostro campo politico, è la possibilità di una sinistra di governo, il patrimonio di tante energie civili e sociali, il soggetto a cui si rivolgono le aspettative di un elettorato esigente e pronto a mobilitarsi quando ne vale la pena. È un campo da coltivare tutti insieme pur nelle differenze, senza innalzare i piccoli recinti della nostalgia di sinistra o del nuovismo macroniano.

Ci vuole uno spietato realismo per riconoscere dove siamo oggi e un’irresistibile immaginazione per scegliere il cammino futuro. Finora il conformismo ha impedito sia il realismo sia l’immaginazione. Anzi, in questo mese la risposta è stata più preoccupante della sconfitta. Siamo schiantati a terra senza trovare un punto d’appoggio. Quando caddero i leader precedenti erano già pronti i successori. Stavolta ci sono stati due insuccessi: la maggioranza ha mancato la sua occasione e la minoranza non ha saputo creare un’alternativa. Hanno perso sia i rottamati sia i rottamatori. I giovani che avevano preso la guida sono già invecchiati, il candore dei loro volti è già segnato dalle rughe del potere. Non sanno cos’è l’opposizione di cui parlano, la scambiano per nullafacenza, mentre richiede più proposta, movimento e alleanze. Fanno pena i dirigenti che non sentono la responsabilità di discutere apertamente le cause della sconfitta. Hanno steso un mantello di ipocrisia per non innervosire il capo, aspettando che da solo prenda atto del suo smacco.

Abbiamo due partiti democratici, non uno solo, e convivono come separati in casa. C’è il piccolo PD dove il positivo è soffocato dal negativo: non un partito ma un’associazione di notabili tenuta insieme da improbabili comunicatori, non una scuola di politica ma una gestione delle carriere, non uno strumento di trasformazione della società ma una ciste della burocrazia statale. Esiste, però, anche il grande PD che non ha ancora messo a frutto i suoi talenti interni ed esterni: il volontariato politico ancora appassionato al dibattito e alla pratica, gli amministratori che inventano nuove politiche, la prossimità con le esperienze della cittadinanza attiva e delle forze sociali, la disponibilità all’impegno di esperti e intellettuali. Sarà un partito ancora più grande se si appassionerà ai problemi del nuovo mondo, se avrà uno sguardo amichevole verso il Paese, se riconquisterà non solo i voti ma la stima degli elettori.

Che fare adesso? Non sprechiamo altre energie in un’angusta corrente del piccolo partito. Dobbiamo impegnarci insieme ad altri perché il grande PD irrompa nel piccolo PD, lo travolga, apra le sue porte, allarghi i suoi orizzonti, lo renda utile al Paese.

Non è impossibile, è già accaduto ai democratici americani e ai laburisti inglesi. Anch’essi dominati da un establishment perdente, sono stati però rivitalizzati dall’irruzione di giovani che hanno scelto i nonni Sanders e Corbyn come portavoce. Ma abbiamo un esempio più vicino. Anche l’irruzione di Renzi nella stanca ditta bersaniana portò nuovi sostenitori e nuovi temi. Non solo lo riconosciamo, possiamo fare qualcosa di analogo, ma con idee diverse, restituendo fiducia a chi se ne è andato e conquistando nuove adesioni, non per acclamare un nuovo capo ma per coinvolgere tutto il partito nella discussione e nell’azione.

Aiutiamo il grande PD a manifestarsi compiutamente: mille incontri con gli elettori per coltivare il campo democratico; una festa nazionale per valorizzare le migliori realizzazioni dei democratici; la riconciliazione con i movimenti e le forze sociali, la confidenza con il disagio delle persone più deboli per sortirne insieme; giovani in Erasmus per conoscere i militanti democratici dell’Europa e del Mediterraneo, luoghi di elaborazione culturale e programmatica, sperimentazione di infrastrutture digitali per l’organizzazione, elaborazione di nuovi linguaggi popolari, crowdfunding per progetti innovativi, e i banchetti nelle strade per iscriversi al partito.

Siamo in tanti oggi qui, ma potremmo essere molti di più. Proviamo a creare un sommovimento democratico, abbiamo poco da perdere. Con gli attuali dirigenti non vinceremo mai, vale anche per loro la profezia di Nanni Moretti. Solo l’irruzione di una nuova politica può svelare il grande PD che serve al Paese.