Anche questa mattina mi sono svegliata in un mondo che confonde molto se hai 26 anni e tutto intorno sembra finto: partite IVA che si fingono professionisti; aperitivi che si fingono cene; stage, molto spesso non retribuiti, che si fingono lavoro; leggins che si fingono pantaloni; precarietà che si traveste da flessibilità.

Da quando direttamente ho cominciato ad occuparmi di integrazione europea e politica estera per i Giovani Democratici, c’è un’altra finzione con la quale ho dovuto imparare a convivere: quella di un europeismo come ideale autonomo, scorporato dalla nostra internazionale ambizione socialista, cieco davanti alle contraddizioni dell’Unione Europea e del mondo in cui viviamo.

Se dovessi rappresentare le contraddizioni dell’Europa, le fragilità della sinistra nelle dinamiche europee ed internazionali, sceglierei, dall’esperienza degli ultimi anni, 3 precisi momenti.

Il primo è rappresentato da un pomeriggio caldissimo del luglio 2016. Durante il campeggio dei Giovani Socialisti Europei, a Terrasini, ci confrontiamo in un incontro bilaterale con l’organizzazione giovanile tedesca: parliamo dell’ascesa del movimento 5 stelle, di come vada migliorata l’efficacia, in Italia, delle politiche di Garanzia Giovani.

In particolare, gli Jusos ci parlano della loro ultima campagna, una campagna contro il TTIP nella quale sono riusciti a coinvolgere migliaia di giovani. Subito viene alla mente il pensiero di una sconfitta. Noi, in realtà, del Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti e Unione Europea non abbiamo parlato con le persone. E, a dire la verità, il dibattito sul necessario bilanciamento tra sicurezza, qualità dei prodotti e apertura per la creazione di posti di lavoro, non l’abbiamo portata neanche all’interno del Partito Democratico.

Il secondo momento viene dalla notte del primo dicembre 2016, quando, in un messaggio dai toni disperati, la responsabile esteri dell’Euroforum giovanile socialista albanese scrive che venticinquemila vite sono nelle mani dei Giovani Democratici e del Partito Democratico.

Qualche notte prima è stato approvato un emendamento alla Legge di stabilità che stabilisce l’impossibilità di erogare qualunque tipologia di incentivo e/o beneficio di natura fiscale o previdenziale a favore di operatori economici che abbiano delocalizzato la propria attività in paesi extra UE. Ma nei call center italiani in Albania lavorano venticinquemila dipendenti, di questi l’85% sono giovani albanesi. Ci chiedono di protestare davanti il Senato così come loro faranno, a Tirana, di fronte la sede dell’Ambasciata italiana. È così che si presenta la scelta per la generazione erasmus chiamata alla prova della realtà: noi o loro?

Il terzo episodio accadeva esattamente un anno fa, durante il congresso dei Giovani Socialisti Europei. I congressi europei ed internazionali sono ancora congressi a tesi nell’ambito dei quali si definisce l’indirizzo politico che guida l’organizzazione nei successivi due anni, tra le risoluzioni presentate dai Giovani Democratici ce n’è una che determina uno scontro acceso: si tratta proprio del testo riguardante la gestione dei flussi migratori e l’accoglienza dei migranti. In particolare i giovani socialisti francesi ci accusano, in quella circostanza, di non proporre una vera alternativa al sistema di Dublino e, il meccanismo di redistribuzione per quote non può essere citato in quanto non rispettoso del diritto dei migranti di trovare destinazione nel paese in cui decidono di voler continuare a vivere. Proviamo ad opporre che anche l’obbligo di domanda d’asilo nel paese di primo approdo non è rispettoso di quel diritto. Per fortuna, lo stesso Parlamento Europeo è successivamente avanzato in modo significativo sul sistema di gestione dei flussi migratori. Ma quel giorno siamo messi in minoranza, il documento non è adottato.

Nonostante l’importante impegno del governo italiano, ho sempre avuto l’impressione che sul fenomeno delle migrazioni noi non avessimo soluzioni da proporre, non avessimo una visione d’insieme a guidarci. Così il partito dei sindaci non è riuscito a farsi portavoce dell’esperienza di tanti amministratori locali che ci avrebbero convinto che la crisi di questo secolo, un’emergenza migratoria divenuta strutturale, non può essere gestita dai prefetti, deve essere governata dalla politica.

Tra le risposte fornite, tanti gli esempi che hanno funzionato, tra questi, talvolta, i Progetti SPRAR che, basati su finanziamenti europei, coinvolgimento delle comunità, vera integrazione attraverso percorsi di formazione, sarebbero potuti diventare un modello.

Allora, anche sulla basse di queste tre foto ricordo, credo sia necessaria un’evoluzione del dibattito interno al centro sinistra e al Partito Democratico proprio sui temi europei. Se vogliamo un europeismo vero che sia collegato ai valori della socialdemocrazia, oltre alla dialettica per modificare di un punto percentuale il rapporto deficit/PIL, è necessario rimettere in discussione per intero i parametri stabiliti dalla Commissione Delors. Oltre all’avvio di una riforma pure urgente delle istituzioni europee, occorre una riflessione sulla gestione delle crisi dei debiti sovrani perché i programmi europei d’intervento in Grecia, Portogallo, a Cipro, hanno creato un meccanismo per cui ogni volta che bisogna raddrizzare il bilancio di uno Stato o ricapitalizzare una banca sono il mondo del lavoro e gli elementi più fragili dell’economia a pagare. Oltre l’estensione dell’erasmus per renderlo un progetto meno elitario, occorre considerare che una vera cittadinanza europea non può prescindere da una mobilità sul mercato del lavoro europeo che sia accompagnata da una completa tutela previdenziale ovvero da una piena portabilità dei contributi sociali.

Il manifesto di Ventotene si chiude con una decisa incitazione: “La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa e lo sarà.”

Forse, mai come oggi, questa spinta è urgente per il percorso di integrazione europea, necessaria all’azione del centrosinistra, decisiva per il Partito Democratico.