Per i partiti della sinistra, il silenzio degli elettori disillusi che si sono allontanati dalla politica e cha hanno scelto di non votare alle elezioni del 4 marzo rappresenta un segnale forte, un nodo politico imprescindibile con cui ogni progetto di ricostruzione del nostro campo deve fare i conti. Dovremmo avvertire in questo senso l’urgenza di delineare un nuovo progetto di intervento e di trasformazione della società, per ricucire il distacco e per superare la sfiducia che i risultati elettorali hanno evidenziato.

Spiace constatare che finora sembra invece che si sia fatta la scelta opposta, sono stati ignorati i chiari segnali di rifiuto e di allontanamento dei cittadini rispetto alle proposte politiche e valoriali avanzate negli ultimi anni dai partiti di centro-sinistra. Si tratta ahimè della conferma di una assai preoccupante incapacità di ascoltare e comprendere il disagio, di mettere in discussione il proprio approccio e di proporre risposte efficaci.

Un elemento particolarmente evidente e significativo del disagio emerso dalle ultime elezioni politiche riguarda la situazione delle donne nel nostro paese e la sfiducia che attraversa il mondo femminile. Come ha sottolineato in maniera efficace Maurizio Ferrera in un recente intervento sul Corriere della Sera, i tre quarti degli astenuti alle elezioni del 4 marzo erano donne: 9 milioni di donne non hanno votato alle ultime elezioni.

Non credo avremmo avuto un astensionismo femminile così elevato se l’agenda politica del centro sinistra avesse messo in primo piano la difesa ed il miglioramento delle condizioni di vita e dei diritti, affrontando quindi anche i temi della disuguaglianza di genere. Le preoccupazioni delle donne non hanno invece trovato alcun eco nell’azione di governo del centrosinistra e in una campagna elettorale dominata da temi quali le tasse, il debito pubblico, il mantenimento o meno dell’euro e l’immigrazione. Questioni di altro tipo, che sono centrali per superare la disuguaglianza di genere, quali la disoccupazione, la disuguaglianza nelle retribuzioni, e, ancor più, il welfare ed i servizi per le famiglie, sono stati del tutto assenti o soltanto sfiorati da programmi e discussioni.

In Italia, ancora oggi, manca del tutto nella classe politica ed anche nei partiti del centro-sinistra la percezione dell’importanza della questione della parità di genere e dell’emancipazione economica delle donne, ed è assente, di conseguenza, una visione ed una volontà politica reale e condivisa per affrontare questo tema.

Come reso evidente dal Global Gender Gap Report 2017 del World Economic Forum, si tratta tuttavia di un tema prioritario per il nostro paese, dal momento che l’Italia è classificata all’82esimo posto su 144 stati analizzati per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, ben 32 posizioni più in basso rispetto alle rilevazioni del 2016.

Di fronte alla crisi, che ha colpito in profondità la società italiana, il ruolo delle donne è stato determinate per garantire la coesione sociale ma sono del tutto mancate iniziative concrete per ridurre il divario di genere.I dati a disposizione dimostrano come ancora troppo spesso le opportunità di impiego siano notevolmente inferiori per le donne rispetto ai loro coetanei uomini, a parità di competenze, e che il carico di curaall’interno della famiglia, quasi sempre a carico delle donne, risulti incompatibile con lo svolgimento di una qualsivoglia occupazione lavorativa, a causa dell‘assenza o dell’inadeguatezza dei servizi pubblici. Secondo i dati Eurostat, le donnededicano 26 ore alla settimana ai lavori di cura, gli uomini soltanto 9. Tali dati offrono una chiave di lettura dei risultati elettorali. Risulta emblematico il fatto che, fra le madri, la percentuale di astenute sia quasi doppia rispetto a quella dei padri.

La mancanza di capacità nell’affrontare questi temi, centrali nella definizione di una prospettiva politica progressista, è determinata anche dal fatto che la classe dirigente della sinistra sia purtroppo composta quasi esclusivamente da uomini. Tristemente significative in questo senso sono state le immagini delle delegazioni dei partiti del centro-sinistra alle consultazioni con Mattarella, nelle quali le donne sono state quasi del tutto assenti. È possibile che non ci fossero donne capaci di ricoprire ruoli chiave nei partiti e nei gruppi parlamentari progressisti?

Anche la situazione relativa alla presenza di donne all’interno del Parlamento non si è evoluta positivamente nell’ultima tornata elettorale. Come è noto, la legge elettorale vigente prevede alcune norme sulla rappresentanza di genere: nessuna lista o coalizione può avere più del 60% di candidati dello stesso genere nei collegi uninominali e plurinominali e nelle liste plurinominali è necessario presentare candidature alternate per genere. Nonostante il rispetto formale di tali norme nella composizione delle liste, nel nostro Parlamento la presenza femminile è ancora molto inferiore al 40%. Questo anche perché i partiti hanno deciso, vergognosamente, di “aggirare” lo spirito delle norme, compiendo, più o meno consapevolmente, scelte specifiche che hanno portato a una presenza femminile assai ridotta in Parlamento. Tristi esempi in questo senso sono la candidatura di donne nei collegi uninominali in cui era più probabile la sconfitta o la candidatura della stessa donna come capolista nelle liste plurinominali di più collegi in cui era probabile la vittoria, in modo da aprire la strada al candidato uomo secondo in lista. Non vi sono dubbi sul fatto che servirebbe al nostro Paese un parlamento più equilibrato dal punto di vista del genere per svolgere meglio la propria funzione democratica di rappresentanza delle diverse istanze per di dare risposte adeguate ai bisogni di tutte e di tutti.

La politica per favorire l’occupazione e migliorare le condizioni di vita delle donne deve (tornare ad) essere uno dei punti fondamentali nell’agenda politica dei partiti progressisti. E’ necessario smettere di confinare i temi politici economici e sociali che riguardano le donne come argomenti del “femminismo”. Il tema del lavoro e dei salari delle donne, dei diritti riproduttivi, della maternità, dei servizi per l’infanzia e per la famiglia, nonché per la cura delle persone non autosufficienti sono di primaria importanza, non solo per le donne, ma per l’intero Paese.

Sono convinta che sia anche da questi temi e da questi obiettivi da cui le forze della sinistra devono ripartire. Affrontare in senso progressista queste sfide consentirebbe infatti di fare significativi passi avanti anche su altri temi fondamentali, quali la crescita dell’economia, la lotta alla disoccupazione, alla diseguaglianza sociale e alla povertà, l’ampliamento dei diritti di cittadini e lavoratori ed il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Delineare una risposta progressista a queste sfide e una prospettiva su questi temi significativamente diversa rispetto al passato vorrebbe dire iniziare finalmente a rispondere al disagio e alla disillusione che le elezioni del 4 marzo hanno evidenziato.