Ho accettato di partecipare con passione all’incontro organizzato da Peppe Provenzano perché sapevo che avrebbe citato, nella sua relazione, l’unico concetto di “sinistra” in cui mi riconosco appieno: la sinistra DC di Ezio Vanoni ed Enrico Mattei.

Non mi occupo di “sinistra” e non so più bene cosa sia. Mi occupo di geopolitica e penso che sia importante conoscere l’Italia, provare a capire le leve con cui il nostro Paese può contare nel mondo. La mia prospettiva, quindi, non è quella di un militante, ma di un analista dell’interesse nazionale, ovvero il tanto evocato quanto misterioso concetto al quale uomini come Vanoni e Mattei sapevano dare corpo con la loro vita.

Vorrei indicare, allora, tre questioni che ci aiutano a definire l’interesse nazionale: l’amministrazione, lo Stato sociale, i partiti. Infatti, tutti questi aspetti concorrono alla nostra forza geopolitica, alla tenuta del nostro sistema (il famoso “sistema Paese”) nella buona sorte e nelle avversità, nelle gioie e nelle difficoltà. E tutti questi aspetti suscitano domande di senso e di concretezza.

Partiamo dall’amministrazione. Attorno a ogni appuntamento elettorale, cioè ogni qualche mese, in Italia irrompe un nuovo dibattito sulla “classe dirigente”: la responsabilità della classe dirigente, le colpe della classe dirigente, l’identità dei “poteri forti” o dei “loro” che comandano l’Italia. L’amministrazione è uno dei questi poteri, e lo è senz’altro di più nei paesi dove quella che chiamavamo un tempo “borghesia” ha una presenza sparuta. Ciò non deve scandalizzarci: non esiste potere geopolitico senza capacità amministrativa, senza la garanzia che uno Stato possa tenere a prescindere da chi lo guida, possa avere una direzione, una bussola. Possa contare, quindi, su gruppi e apparati che si riconoscono nell’interesse dell’Italia e che sono in grado di fornire un presidio istituzionale e sociale. La noiosa e un po’ patetica evocazione della “soluzione francese” per l’Italia, anche da parte degli esponenti politici, dimentica che il punto cruciale del sistema francese è questo. In Italia e nella proiezione dell’Italia, politica e amministrazione non possono essere impegnate in uno scaricabarile di responsabilità. Idealmente, con rispetto e autonomia, devono impegnarsi insieme nei negoziati dove è in gioco il futuro del nostro Paese, per esempio nell’ambito europeo.

Il secondo punto è lo stato sociale. Qui forse si coglierà un collegamento con la storia della sinistra, con quello che Dahrendorf ha chiamato “il secolo socialdemocratico”. Non c’è niente di più autolesionista di proclamare, come hanno fatto alcuni politici, “la fine del welfare così come lo conosciamo”. Chi lo proclama, sancisce la propria fine. Come posso essere “libero” se non ha più un senso la “liberazione” dal bisogno, dalla malattia? Come posso pensare che le società possano tenersi insieme se annuncio, quasi in modo compiaciuto, una inevitabile erosione di diritti entro i confini nazionali in cui mi trovo? È altrettanto sbagliato fare questi discorsi in astratto, cioè senza “relazione tecnica” sulle entrate e le uscite. Perché è chiaro che le nuove infrastrutture sociali richiedano soldi pubblici e soldi privati e quindi nuove modalità di finanziamento, ed è evidente che l’invecchiamento nella nostra società sia un tema gigantesco, che esige profonde trasformazioni, su cura, tecnologia, sport. Ma dai bisogni sociali non si può prescindere, altrimenti le società si dividono e sprofondano nell’abisso. A livello geopolitico, vengono “spartite” da altre potenze che letteralmente le divorano. Per questo, dobbiamo smettere di tollerare i discorsi sui rottami del Novecento o sui vecchi arnesi del Novecento da chi ignora il Novecento e da chi sottovaluta la potenza dello stato sociale.

Infine, la questione del partito. Anche in quest’ambito, siamo reduci da “125 milioni di fesserie”, per parafrasare un vecchio programma TV. Partito liquido, disintermediazione, storytelling. Cosa ce ne facciamo di questa roba? Niente. Niente! Smettiamo di parlare di idiozie. Alla fine, il punto è che senza partiti politici non esiste la democrazia. Né nella nostra Costituzione, né più in generale nella realtà. Quindi possiamo andare verso altri regimi politici, verso sistemi più o meno autoritari o varianti tecnocratiche o giunte militari, facendo a meno dei partiti. Oppure servono i partiti e i corpi sociali. Un altro concetto sopravvalutato, da questo punto di vista, è la leadership. Le leadership sono volatili. Nella stagione politica che abbiamo vissuto, non ci si è interrogati sul fatto che la famosa “gente” voglia Gentiloni. Una persona che non fa chiasso, che non insulta gli avversari, per cui è importante fare squadra. Perfino un partito (che è ancora tale) come la Lega, raccontato solo in termini di leaderismo, chiama Salvini “capitano” e non “capo”.

I cosiddetti leader possono compiere solo una piccola parte del percorso. Non sono loro a dare stabilità allo Stato, sono i meccanismi – istituzionali e sociali – in cui le persone possono dare il meglio, in progetti collettivi, in cui le generazioni possono imparare le une dalle altre. L’Italia non ha bisogno di leadership. Ha bisogno di un’arte ben più nobile, la maieutica. Ha bisogno di partiti maieutici che traggono dalle persone il meglio.

Un’attenzione in questi termini all’amministrazione, allo stato sociale, ai partiti, rafforzerà l’interesse dell’Italia. Le persone come Peppe e la sua prima “nidiata” di amici pisani d’adozione ma giunti da tutta Italia, soprattutto da Sud, per me esprimono una storia di competenza e di passione. Il loro impegno, e quello di tanti altri, potrà rafforzare anche la sinistra. Aiutandoci magari a capire, oggi, cosa essa sia.