A volte l’economia può servire da bussola per la politica, specie nei momenti più confusi. E non per il piccolo cabotaggio, ma per tracciare la rotta. Quali dovrebbero essere i cardini di una politica economica di sinistra, oggi in Italia?  Fra le nuvole cupe che si addensano sul Belpaese, vi sono tre dati economici su cui fermarsi a riflettere: aiuterebbero a capire non solo la sconfitta delle forze progressiste, ma come ripartire e perché, nonostante tutto, in Italia ci sia ancora bisogno della sinistra (anzi, forse mai come adesso). Tre dati scarni, non di più.

Primo: l’Italia è il paese che cresce meno di tutta l’eurozona. Dei tre questo è il fatto più noto, forse, ma occorrerebbe chiedersi quali sono le ragioni. Ecco gli altri due dati, sottovalutati dalla politica e anche dall’opinione pubblica. E che chiamano in causa soprattutto il ruolo della sinistra.

L’Italia è il paese con i più bassi livelli di istruzione dell’eurozona (e in verità di tutte le economie avanzate). È una tara antica, che si lega a doppio filo con la specializzazione nei settori leggeri e a bassa innovazione. A chi voglia approfondirne le radici storiche, oltre che l’impatto sull’economia, consiglio ad esempio il libro curato da Paolo di Martino e Michelangelo Vasta, Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo economico italiano(Il Mulino, 2017). Il problema si accompagna a una diffusa retorica che invita, da un lato, a cercarsi subito un lavoro senza perdere tempo sui banchi di scuola, dall’altro a prediligere gli studi umanistici a scapito di quelli scientifici. Sono due facce della stessa medaglia, due discorsi speculari ma tenuti insieme da una visione comune: che l’istruzione sia solo un lusso per ricchi e non, invece, la via maestra per la propria emancipazione personale (anche economica) e per il miglioramento della società. Cosa c’entra la sinistra è fin troppo ovvio: l’istruzione come leva di emancipazione è una sua idea fondante, forse la sua ispirazione più nobile e condivisa. Inoltre, per l’Italia, è chiaro che nel mondo globalizzato solo con l’istruzione e l’innovazione si può ragionevolmente sperare di mantenere salari elevati, di non essere travolti dalla concorrenza dei paesi emergenti – come invece sta avvenendo.

Terzo: l’Italia è ormai nella zona euro il Paese con la disuguaglianza più alta, fatta eccezione per la Grecia e il Portogallo (di dimensioni non comparabili). Ce lo ricordano fra gli altri l’Ocse, il Fondo Monetario Internazionale, l’Eurostat. Per rimediare, sia l’Ocse che l’Fmi invitano a introdurre una tassazione progressiva sulla ricchezza. In Italia esiste un’aliquota unica sulle rendite finanziarie, ma va detto che quella è una ricchezza (mobiliare) che sfugge facilmente alle regole nazionali: occorrerebbe un’azione coordinata, a livello internazionale, per uniformare i livelli di imposte e contrastare i paradisi fiscali: il che a ben vedere è un campo in cui proprio la sinistra, che si differenzia dalla destra anche per la sua vocazione internazionalista, dovrebbe avere una voce più credibile. Discorso diverso per la ricchezza immobiliare, per definizione: qui sì, si possono attuare più facilmente politiche redistributive, anche a livello nazionale. Ma proprio qui, sulla prima casa, in Italia le tasse sono state addirittura abolite, anche per i più ricchi: un unicum nel mondo avanzato. E abolite dal PD: fu una delle misure più fortemente volute da Renzi, convinto che così avrebbe guadagnato voti; fra l’altro, l’eliminazione della tassa sulla prima casa svuotò di significato il progetto di revisione del catasto avviato da Monti e da Letta, base indispensabile per passare a una tassazione veramente progressiva (ma che rischiava di danneggiare i ceti medio-alti, quanti possiedono immobili di pregio nei centri storici). Senza contare che quelle risorse si sarebbero potute utilizzare per ampliare la platea del reddito di inclusione, avviato tardi e con troppa timidezza. È evidente che su questo bisogna fare autocritica: oggi pensare a una «moderna imposta sugli immobili», come scrive perfino l’Fmi, progressiva (che esoneri i meno abbienti), non può più essere un tabù.

Del resto non sono solo l’Ocse e l’Fmi a ricordarci che l’Italia ha un problema molto serio di disuguaglianze. Si pensi al «Forum disuguaglianze diversità» promosso da Fabrizio Barca, intellettuale e dirigente di riferimento della sinistra e, almeno per un periodo, anche del Pd; o si guardi al Manifesto contro la disuguaglianza, curato da Maurizio Franzini. Proprio Franzini documenta come l’Italia sia, in tutta l’eurozona, il Paese in cui il reddito dei figli dipende maggiormente da quello dei genitori: sono le basi di una società estrattiva, che favorisce la rendita e scoraggia il merito. Da questo punto di vista, in Occidente solo il Regno Unito (il paese della Brexit) e gli Usa (il paese di Trump) versano in condizioni simili. Ma l’Italia è anche uno dei Paesi in cui esiste la maggiore disuguaglianza intergenerazionale, a scapito dei giovani, che infatti emigrano: su questo influisce anche il modello di sviluppo scelto, di cui si diceva prima, a basso capitale umano; difatti i nostri migliori giovani laureati non riescono a trovare occupazioni adeguate e devono trasferirsi all’estero (e rispetto ad altri paesi europei, noi riceviamo un’immigrazione a più bassa qualificazione e più difficile da integrare).

Infine, in Italia la situazione è ulteriormenteaggravata dal divario Nord-Sud, anch’esso ormai un’anomalia fra tutte le economie avanzate. Da notare che il Mezzogiorno è la parte del Paese cresciuta meno negli ultimi vent’anni, quella con i più bassi livelli di istruzione, ma pure (spesso si tende a dimenticarlo) quella in cui le disuguaglianze sono più alte: è insomma il luogo in cui i tre problemi nazionali si presentano con più forza, aggravandosi a vicenda. Anche qui le conseguenze politiche sono evidenti.

Mantenendo i suoi valori e le sue idee, anzi valorizzandoli, la sinistra può quindi offrire oggi una proposta che parli a tutto il Paese, perché capace di coniugare sviluppo e giustizia sociale. Tuttavia occorre anche chiedersi: davvero solo noi siamo gli unici titolati a parlare di giustizia sociale? L’attenzione alle disuguaglianze non è, ad esempio, propria anche del Movimento 5 Stelle? A ben vedere, c’è una differenza fondamentale fra una prospettiva di sinistra e una populista (o addirittura di destra) nell’affrontare le disuguaglianze. Ne avevamo già accennato. La sinistra è internazionalista: crede nella globalizzazione e, a differenza dei neo-liberali, nutre anche l’ambizione di riuscire a governarla, a beneficio dei più deboli. Questo rende la sfida che abbiamo davanti più difficile, nel breve periodo. Ma la rende anche più alta: cambiare, assieme all’Italia, l’Europa, non distruggendola ma rendendola più coesa; e cercare di influire sull’assetto del capitalismo internazionale, per quel che riguarda ad esempio gli accordi sui movimenti di capitale. E di certo la rende più affascinante e fruttifera, nel medio e lungo periodo. Palesa però, allo stesso tempo, l’enorme compito cui viene chiamata oggi la classe dirigente dei partiti progressisti, in Italia e non solo: in termini di capacità politica, di visione, di cultura; di competenze e di studio.