Quando si è profilata l’opportunità per me di intervenire con voi oggi qui, la mia testa ha ovviamente iniziato ad elaborare pensieri e considerazioni sulle questioni più importanti da portare alla nostra attenzione quando parliamo di Università.

Avrei potuto riportare freddi e impietosi numeri che raccontano la precaria condizione che vive oggi il nostro sistema universitario:

  • idati allarmanti legati alla diminuzione delle immatricolazioni;
  • il continuo esodo dal mezzogiorno di una sempre più crescente fetta della popolazione studentesca verso gli atenei del nord, rimarcando l’intollerabile frattura socio-economica tra i due poli del nostro Paese;
  • oppure ricordare che abbiamo la più bassa percentuale in Europa per numero di laureati;
  • o ancora che le tasse universitarie sono aumentate del 50% negli ultimi 10 anni;
  • o infine della scellerata politica di valutazione dell’Anvur nei confronti dei nostri atenei che sta mettendo in ginocchio soprattutto quelli meridionali e sta creando un assurda competizione tra i diversi dipartimenti.

Vorrei invece raccontare in maniera più concreta quello che noi oggi stiamo dicendo al figlio di un precario o di un operaio o di un lavoratore dipendente con uno stipendio risicato, che vuole iscriversi all’università. A quella ragazza o a quel ragazzo noi iniziamo col dirgli o di giocare a calcetto oppure di fare l’alternanza scuola lavoro durante le scuole superiori, di apprendere in fretta quello che le aziende vogliono che tu sappia fare, e non ci preoccupiamo invece dei sogni che potrebbe avere quel giovane, non ci preoccupiamo di orientarlo verso il percorso post scolastico che più rappresenti le sue aspettative, al massimo lo accompagniamo un giorno in visita all’università. Se sceglie di continuare a studiare gli diciamo che, dopo aver passato il test di ingresso, deve trovarsi un posto in cui dormire nella città in cui decide di trasferirsi, gli diciamo che deve pagarsi da mangiare, le bollette e tutte le altre spese. Dopo di che pagherà circa un migliaio di euro all’anno tra tasse universitarie e altro materiale, e se deve trovarsi un lavoro per fare fronte a queste spese l’università di certo non verrà incontro alle sue fatiche, anzi. E se poi il ragazzo decide di sostenere un tirocinio curricolare, così magari da svolgere mansioni che possano aiutarlo a migliorare le conoscenze apprese, di certo non sarà pagato, non sia mai che le imprese contribuiscano alla formazione dei giovani e non avessero una responsabilità sociale, ma nemmeno gli diamo la possibilità di sapere che nel mondo del lavoro si entra con dei diritti. Se poi quel giovane vuole esercitare il diritto di voto, non gli diamo nemmeno la possibilità di votare fuori sede, a lui chiediamo di pagarsi il viaggio per tornare a casa e votare. Dopo di che, dopo che ha sostenuto tutte queste spese, gli diciamo che forse, in qualche regione, riusciamo a dargli una borsa di studio. Ma non è finita, se dopo qualche anno la ragazza o il ragazzo decide di riscattare gli anni di laurea a fini pensionistici gli chiediamo altri soldi e di certo non pochi. Se infine per assurdo il giovane decide di fare ricerca all’interno dell’ateneo lo aspetta una vita all’insegna del precariato.

Ecco io penso che tutto ciò sia estremamente sbagliato. Così noi non stiamo dando nessuna speranza. Non stiamo dando la possibilità a tutti di esercitare il diritto di realizzarsi pienamente, rimuovendo gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obiettivo.

Durante la campagna elettorale abbiamo perso l’opportunità di ragionare seriamente su questo tema, parte del PD ha preferito strumentalizzare la proposta di Liberi e Uguali di abolizione delle tasse universitarie.

Io penso che dobbiamo tornare a raccontare quale paese immaginiamo per il futuro. Quale prospettiva abbiamo. Se per la sinistra l’istruzione e quindi l’università siano risorse fondamentali per il futuro.

Non penso che basti inserire alla posizione numero 71, e mi riferisco al programma elettorale del PD, la volontà di assumere 10000 ricercatori e basta, non parlando più di università.

Dobbiamo ripartire raccontando che la sinistra vuole dare la possibilità agli ultimi di laurearsi e di realizzare i propri sogni. Abbiamo un’istruzione di qualità, dimostrato anche dalle eccellenti pubblicazioni accademiche, abbiamo una cultura che fa invidia, sfruttiamola, mettendola a disposizione di tutti e non di pochi. Studiare non serve per avere la possibilità di denigrare chi invece ha fatto solo lo steward allo stadio, ma serve per poter realizzarsi e mettere le proprie competenze al servizio della società.

Servono quindi i milioni. Servono davvero i milioni. Non voglio ora fare l’elenco degli interventi in termini di welfare studentesco che servirebbero, ma sicuramente servono veri investimenti a livello nazionale nei capitoli che riguardano università, ricerca e soprattutto diritto allo studio.

Il recupero della nostra identità, dell’identità della sinistra penso che passi sensibilmente anche da questi argomenti. Difficilmente passerà dai selfie con Marchionne o dall’abolizione del canone Rai.

La sinistra è una cosa bellissima, è un’idea, una visione del mondo, è un insieme di persone che hanno gli stessi valori. Anzi, siamo tante persone che amano la stessa cosa: amano gli ultimi.
Amano quelli che scappano dalle guerre, quelli che non hanno uno stato, quelli senza lavoro o che vengono pagati poco, quelli che si dividono l’1% della ricchezza.
Abbiamo avuto idee diverse sul modo di cambiare il mondo: alcuni hanno imbracciato un fucile, erano guerriglieri, sacerdoti, partigiani, sindacalisti.
Altri sono morti disarmati, uccisi magari dopo aver fatto cento passi o una riunione ad Utoya.
Ma tutti noi formiamo la sinistra.
Allora continuiamo a dire a tutte le ragazze e a tutti i ragazzi: “istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.